EX ILVA | L’intervento in gamba tesa dei magistrati condanna il futuro dell’acciaieria- di Angelo Colombini


La sentenza della Corte d’Appello di Milano rischia di condannare alla chiusura l’ex Ilva di Taranto che stava per essere venduta
Lunedì scorso la Corte d’Appello di Milano ha ordinato alla proprietà e ai gestori di fermare l’area calda di Taranto dell’ex Ilva entro 90 giorni a causa delle emissioni di polveri sottili e alla presenza di amianto. L’amianto, rileva la Corte doveva essere rimosso “entro il 23 agosto 2026, ma il gestore nel 2023 aveva fatto richiesta di rimodulazione del cronoprogramma di smaltimento. Sono stati già smaltiti 6.780 kg di amianto presente negli stabilimenti e ne rimangono ancora 2.000 kg inglobati negli impianti”.
In contemporanea il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto per ulteriori 100 milioni, a favore dell’amministrazione straordinaria di Ilva, “decisione concepita prima della sentenza di Milano e per completare il percorso di cessione delle attività da circoscrivere alle attività a freddo che erano in fase di avanzata definizione e che adesso dovranno essere aggiornate in base alla sentenza che è intervenuta”, come ha spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il quale ha aggiunto: “La sentenza mi sembra assolutamente chiara, con l’ordine della chiusura dell’area a caldo, fatto su cui discuteremo nelle prossime ore anche durante l’incontro con i sindacati, di fatto stravolge la fase di cessione che era abbastanza avanzata, direi prossima alla definizione con la controparte”.
In effetti la sentenza rischia di accompagnare lo stabilimento alla chiusura e la sua vendita, da parte dello Stato italiano, difficilmente sarà possibile. Il Governo da molto tempo sta cercando di concludere la cessione dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia gestita dallo Stato in Amministrazione straordinaria al colosso indiano Jjndal oppure al gruppo americano Flacks.
Di fronte alla decisione della magistratura milanese una delle reazioni singolari è stata quella del sindaco di Taranto Bitetti che rivolgendosi al Governo ha chiesto “quale sia il suo orientamento? Taranto ha già atteso troppo. È il momento della verità, della trasparenza e delle soluzioni concrete”. Affermazioni fatte da colui che ha bocciato tutte le proposte emerse nell’ultimo anno sulla decarbonizzazione del sito produttivo pugliese.
Ieri poi, dopo oltre quattro mesi dall’ultimo incontro e dalle continue sollecitazioni da parte delle organizzazioni sindacali, si è svolto il confronto tra Governo e sindacati sulla vertenza ex Ilva. Alla riunione erano presenti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, i Ministri Giorgetti (Economia), Urso (Imprese e Made in Italy), e Calderone (Lavoro e Politiche sociali) oltre ai rappresentanti di Invitalia, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e quelli del Gruppo Ilva.
Una delle proposte emerse durante la riunione è l’apertura di un nuovo bando di gara ma solo per l’area fredda, anche perché è impossibile, a detta dei Commissari, intervenire in 90 giorni sulla rimozione del rimanente amianto ancora negli impianti.
Inoltre, Mantovano, nel sottolineare “la singolare sincronia tra il calendario del Governo dei confronti con i lavoratori e il calendario giudiziario”, ha proposto la costituzione di un tavolo tecnico a partire dalla prossima settimana con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, i Ministri interessati, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.
Come dicevamo prima, la decisione della magistratura inciderà sulla vendita della società che è in fase già avanzata, modificando però i presupposti economici e operativi delle offerte sul tavolo. E nonostante l’attuale situazione il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse all’acquisto.
In questi mesi, però, la tensione attorno al futuro del polo siderurgico è stata alimentata dai continui interventi della magistratura e dalle indiscrezioni sulla possibile cessione del gruppo ai due investitori stranieri e in particolare al colosso indiano Jindal, che chiede che lo Stato italiano intervenga con finanziamenti pubblici per il rilancio della acciaieria ed evidenzia che l’eventuale stop all’area a caldo – il cuore della produzione primaria dell’acciaio – comporterà una revisione delle stime di costo, della continuità produttiva e del piano di investimenti per la decarbonizzazione.
Dopo l’incontro a palazzo Chigi il Segretario generale della Fim-Cisl Uliano ha dichiarato che “con la chiusura dell’area calda di Taranto si metteranno a rischio 17.000 lavoratori del gruppo e dell’indotto. Servono soluzioni utili per continuare su un progetto industriale, di fronte al quale questo Governo ha fatto perdere molto tempo. Oggi ci troviamo di fronte a una sentenza che cancella un’autorizzazione integrata ambientale fatta dallo stesso Governo. Per questo pretendiamo soluzioni e non accettiamo che ci si arrenda di fronte a una situazione di questo tipo, scaricando sui lavoratori licenziamenti e condizioni intollerabili”.
Nel frattempo le organizzazioni sindacali Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil hanno annunciato la proclamazione di otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti. Contestualmente allo sciopero le organizzazioni sindacali svolgeranno assemblee con i lavoratori per discutere delle prospettive future del gruppo.
Purtroppo tutto ciò che oggi scriviamo su questa vertenza rischia di essere immediatamente vecchio, superato dagli eventi in quanto le progettazioni di ieri si trasformano, in modo repentino, nelle incertezze di oggi e nelle contrapposizioni di domani.
Angelo Colombini
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