“Impagnatiello avvelenò Giulia per farla abortire, non per ucciderla”


“Non vi sono” elementi sufficienti che “consentano di retrodatare il proposito” omicidiario di Alessandro Impagnatiello “rispetto al giorno” in cui accoltellò a morte la compagna Giulia Tramontano, al settimo mese di gravidanza. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’ex barman, precisando però di non aver riconosciuto l’aggravante della premeditazione.
Secondo i magistrati, le somministrazioni di veleno per topi avvenute nei mesi precedenti non sarebbero state finalizzate all’uccisione della giovane donna, ma piuttosto a provocarle un aborto spontaneo. In questo modo, Impagnatiello intendeva liberarsi del figlio che Giulia aspettava e che lui “identificava come ‘il problema’ per la sua carriera e per la sua vita”, arrivando a considerare la gravidanza una minaccia alla propria immagine personale e professionale.
L’avvelenamento, dunque, per i giudici aveva come unico obiettivo “l’aborto del feto” e non l’”omicidio della madre”. La decisione della Corte conferma quindi la pena massima, ma ridimensiona uno degli aspetti contestati dall’accusa, escludendo la pianificazione a lungo termine dell’omicidio.
Il caso di Giulia Tramontano, giovane 29enne originaria di Sant’Antimo (Napoli), uccisa il 27 maggio 2023, aveva scosso profondamente l’opinione pubblica, divenendo uno dei simboli della drammatica emergenza dei femminicidi in Italia.
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