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La guerra tra Stati Uniti ed Iran continua. Ma come andrà a finire per Hormuz?

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ESTERI: Ultim’ora ticinonotizie.it

di Vincenzo Petrone*

ROMA (ITALPRESS) – Il Presidente degli Stati Uniti ha perso la prima guerra con l’Iran che nessuno gli aveva chiesto di cominciare. Poi ha tentato di concluderla con un memorandum che di memorabile aveva soprattutto l’ambiguità di ogni sua riga.

Adesso, con questa seconda ondata di attacchi, Trump non si illude di poter rimediare all’insuccesso strategico della prima guerra, ma sta dicendo agli iraniani una cosa precisa e preoccupante: questa ripresa di ostilità durerà qualche settimana. Tra un paio di mesi o meno riconoscerò di fatto il vostro controllo su Hormuz. E di conseguenza, il vostro status di potenza egemone nel Golfo Persico.

Il Presidente Trump, a partire da settembre avrà a Washington problemi pressanti da gestire, tipo le elezioni di mid term in novembre. E per lui quella prova elettorale ha valenza esistenziale quanto per Ayatollah lo è non perdere il controllo di Hormuz.

Se va sotto la maggioranza dei seggi, rischia già a Natale un impeachment alla Camera dei Rappresentanti e di questo passo potrebbe finire a processo per illecito arricchimento dopo le elezioni presidenziali del 2028.

Trump non spiegherà mai il suo problema agli iraniani in questi termini, ma a Teheran dispongono di grandi intelligenze ed hanno perfettamente capito che alla Casa Bianca in termini politici, serve chiudere la guerra in corso agli inizi dell’autunno.

Questo spinge l’Iran a stringere i denti rispetto ai bombardamenti che subiscono, inasprendo la repressione interna a livelli che non si vedevano da anni. E colpendo ogni giorno, per rappresaglia non già Israele che risponderebbe duramente bensì gli alleati sunniti dell’America nel Golfo, soprattutto Kuwait e Giordania. E marginalmente Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Il Sultanato dell’Oman per ora viene risparmiato dai colpi dei missili balistici iraniani perché, si ritiene a Teheran, l’Oman dovrà far parte dell’Authority che sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, definirà e gestirà i meccanismi del pedaggio sulle navi mercantili che entreranno ed usciranno dal Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz.

E attraverso l’Oman, anche le altre Monarchie sunnite potrebbero in qualche maniera essere coinvolte in una parvenza di accordo tra paesi rivieraschi per controllare una via d’acqua che non tornerà mai più alla libera navigazione ma resterà in un meccanismo di “amministrazione congiunta” dei Paesi del Golfo, con garanzia di enforcement assicurata alla potenza egemone, la Repubblica Islamica iraniana.

Questo hanno in mente gli iraniani.

Peraltro, per riconoscere e codificare in qualche maniera, sul piano del Diritto Internazionale, un “arrangement” di questo genere, una strada c’è ed è politicamente a portata di mano.

In nome della Pace, basterà far adottare, su proposta di un grande Paese musulmano tipo il Pakistan o l’Indonesia, una solenne Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che dia una interpretazione “autentica” di quel paragrafetto della Convenzione sul Diritto del Mare del 1982 che imporrebbe a tutti, proprio tutti i Paesi rivieraschi, di consentire il libero passaggio nello Stretto di Hormuz senza oneri, a tutte le navi che pacificamente lo attraversano, quale che sia la loro bandiera, il loro porto di origine o la loro destinazione.

E chi mai potrebbe opporsi ad una pacificatrice Risoluzione del genere?

Gli Stati Uniti teoricamente non dovrebbero negare il loro consenso, o almeno astenersi dal porre il veto. Anche perché il Presidente Trump ha affermato solo pochi giorni fa che gli USA intendevano proclamarsi unilateralmente “Guardiano Supremo” dello Stretto di Hormuz. E per il disturbo avrebbero imposto un pedaggio del 20% sul valore delle merci in transito.

In coerenza con questo stesso principio, solo poche settimane prima lo stesso Presidente americano ha ipotizzato addirittura una “joint venture” proprio con l’Iran per gestire lo Stretto.

L’altro membro permanente con diritto di veto, la Cina, dal canto suo, ha firmato e ratificato la Convenzione sul Diritto del Mare e sarebbe tenuta a difenderne i principi basilari. Ma non ha interesse ad opporsi ad una Risoluzione del genere in Consiglio di Sicurezza.

Per la semplice ragione che Pechino rivendica per sé qualcosa di molto simile alla pretesa iraniana, ossia un diritto “storico inalienabile” della stessa Cina su tutto il Mar Cinese Meridionale e sul traffico che vi si svolge tra Asia ed Europa.

Sul piano giuridico come su quello politico, a Pechino farebbe un gran comodo se il precedente dello Stretto di Hormuz a pedaggio, riscosso da un condominio di rivieraschi, fosse codificato in una risoluzione del Consiglio ONU.

E altrettanto se non di più farebbe comodo alla Russia, il terzo membro Permanente del Consiglio di Sicurezza.

Anche la Russia sarebbe vincolata al rispetto della Convenzione sul Diritto del Mare che ha firmato e ratificato nel 1997.

Ma la Russia ha violato ed intende continuare a violare quella Convenzione, estendendo arbitrariamente i propri diritti esclusivi di sfruttamento della piattaforma continentale nell’Artico. E non è un mistero per nessuno quanto sia diventato strategico il Mare Artico.

Infine, domandiamoci cosa farebbero Francia e Gran Bretagna, gli ultimi due Membri Permanenti del Consiglio ONU, che al pari di USA, Russia e Cina potrebbero opporre il veto e dunque impedire l’adozione di una Risoluzione di questo tenore.

È molto probabile che entrambe si atterrebbero a quello che i loro “clientes” del Golfo, ossia le Monarchie sunnite, direbbero loro di fare.

D’altronde, né Parigi né Londra sono state in grado di offrire la benché minima protezione militare a Paesi come Qatar, Kuwait, Emirati e Arabia Saudita che pure sono loro grandi partners economici e militari.

Gli Emiri non volevano questa guerra e non vedono l’ora che finisca per poter tornare ad esportare gas e petrolio, se necessario pagando 2 dollari a barile di pedaggio. In fondo, si tratterebbe di una piccola, pressoché irrilevante percentuale del valore degli idrocarburi esportati.

Per intuire cosa potrebbero fare gli altri europei, Italia inclusa, basta ricordare qui una frase eloquente di Antonio Tajani, il nostro Ministro degli Esteri.

Come “voce dal sen fuggita”, e in presenza di taccuini e microfoni, il Ministro recentemente ha affermato che “il Diritto Internazionale vale fino a un certo punto”.

Appunto.

Soprattutto, potremmo aggiungere, se si tiene presente che prima delle sanzioni, l’Italia era il primo partner europeo dell’Iran degli Ayatollah.

In conclusione, l’equazione degli interessi che spingono a chiudere questa guerra anche cedendo alle pretese iraniane su Hormuz ha una sua logica, anche se perversa.

In essa vi è però una importante incognita, costituita da Israele e dalla minaccia che l’Iran degli Ayatollah continua in crescendo a rappresentare per l’esistenza dello Stato ebraico.

È ben plausibile anche se non dimostrabile, che dopo il successo della guerra di 12 giorni del giugno 2025, Israele abbia pensato di poter eliminare una volta per tutte la minaccia costituita dal regime iraniano.

Il regime change è apparso realizzabile. Ma non si è verificato, semmai il contrario.

E tuttavia, per intendere la genesi del ragionamento strategico israeliano a favore del regime change, occorre ricordarsi che dal primo giorno del suo insediamento quasi mezzo secolo fa, gli Ayatollah hanno dichiarato ad ogni piè sospinto, che l’eliminazione fisica dello Stato di Israele dalla carta geografica del Medio Oriente costituiva e costituisce tuttora l’obbiettivo primario della politica estera e di sicurezza dell’Iran.

Quell’obbiettivo non è mai venuto meno e costituisce il filo rosso della politica estera iraniana e ciò ininterrottamente, anche se fino al giugno del 2025, l’Iran aveva evitato di colpire direttamente il territorio israeliano.

Ma aveva preferito farlo per mezzo dei suoi proxies, soprattutto gli Hezbollah e Hamas.

Teheran si è decisa al confronto diretto con Israele solo quando si è resa conto che quest’ultimo stava riuscendo ad eliminare i movimenti terroristici che da anni lanciavano contro Israele una pioggia di missili prodotti e finanziati dall’Iran.

E allo stesso tempo implodeva il regime dell’amico Assad in Siria. E persino il governo iracheno iniziava a pretendere di impedire o almeno ridurre l’esportazione di armi, munizioni e missili dall’Iran verso la Siria e il Libano.

È perfettamente credibile che su queste basi, il Primo Ministro Netanyahu abbia convinto Trump che americani ed israeliani insieme potevano dare la spallata decisiva al regime iraniano indebolito dalle insurrezioni popolari delle prime settimane di quest’anno.

Non è andata così, e adesso, le traiettorie e gli interessi dell’America di Trump e di Israele divergono le une dalle altre in maniera piuttosto radicale.

Con Trump alla Casa Bianca il prezzo della benzina alla pompa e gli indici azionari di Wall Street sono i fattori che determinano più di qualunque altra considerazione strategica, la politica estera americana.

Ma quei fattori sono irrilevanti per Israele, convinto di combattere per la sua esistenza.

D’altronde, il Memorandum firmato da Trump, non garantiva alcunché ad Israele su 3 aspetti vitali per la propria sicurezza, ossia l’arricchimento dell’uranio, l’arsenale missilistico iraniano e la cessazione dell’appoggio di Teheran a Hezbollah, Hamas e Houthi.

Per qualche settimana ancora Trump farà la faccia feroce e proseguirà i bombardamenti. Ma è probabile che verso la fine dell’estate il Presidente decida di dichiarare vittoria e battere in ritirata anche su Hormuz, mentre Cina e Russia cominceranno a discutere tra loro e all’ONU su come ufficializzare in Consiglio di Sicurezza un nuovo regime di gestione di Hormuz facendolo apparire come una naturale evoluzione della Conferenza sul Diritto del Mare.

Israele invece difficilmente potrà permettersi di concludere così questa guerra, anche perché è assiomatico che le prime navi che a Hormuz non potranno passare per decisione delle Guardie Rivoluzionarie, saranno navi israeliane o di altro paese ma dirette in Israele. O magari semplicemente possedute da un armatore sospettabile di essere ebreo.

La strana calma di questi giorni sul fronte Israele-Iran potrebbe non durare a lungo.

Lo fanno pensare tra l’altro le operazioni in atto senza sosta da parte della IDF, contro le milizie di Hezbollah nel Sud del Libano. Operazioni il cui vero destinatario è l’Iran e nessun’altro.

E una sorpresa militare israeliana potrebbe riguardare un polmone logistico insostituibile dell’export iraniano di petrolio, ossia l’isola di Kharg, nel mezzo del Golfo Persico. L’Isola che Trump finora non ha voluto bombardare perché con l’Iran non vuole rompere i ponti.

*Ambasciatore A.R.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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