Cronaca

Data Center a Magenta, un cittadino ci scrive: “Servono dati e competenze, non solo slogan”

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Valerio Luca Trombetta in merito alla questione Data Center a Magenta:

Leggo con interesse il servizio di Ticino Notizie dedicato alla mobilitazione contro il progetto di Data Center a Magenta. Parto da una premessa molto semplice: ritengo assolutamente legittimo che cittadini, comitati e amministrazioni vogliano conoscere, discutere e valutare attentamente un’infrastruttura di queste dimensioni prima che vengano assunte decisioni definitive. Anzi, considero il confronto pubblico indispensabile. Proprio per questo, però, credo che il confronto debba essere il più possibile completo, documentato e tecnicamente equilibrato. E qui nasce la mia prima perplessità.

Si parla di “proliferazione incontrollata dei data center”, di impatti ambientali, di salute pubblica, di raffreddamento, di consumo di territorio e persino del possibile rischio che dietro queste operazioni vi sia più una speculazione immobiliare che una reale necessità infrastrutturale. Sono questioni importanti. Ma sono anche affermazioni che richiedono dati, competenze e contraddittorio.
Se vogliamo informare, dobbiamo prima spiegare. Un data center non è semplicemente un grande capannone pieno di computer. È un’infrastruttura complessa nella quale convivono sistemi informatici, networking, alimentazione elettrica, UPS, gruppi elettrogeni, sistemi di raffreddamento, sicurezza fisica, sistemi antincendio, ridondanza e continuità operativa.

Esistono inoltre tipologie di data center profondamente diverse tra loro, con caratteristiche, consumi, sistemi di raffreddamento, livelli di ridondanza e impatti differenti.
Per questo trovo singolare che il dibattito pubblico possa svilupparsi a lungo sui data center senza che venga adeguatamente rappresentata anche la competenza di chi questi impianti li progetta, li costruisce, li certifica o li gestisce.
Non perché il punto di vista tecnico debba prevalere su quello ambientale o territoriale. Esattamente il contrario. Deve affiancarlo.

Un ambientalista può porre domande fondamentali sull’acqua, sull’energia e sul consumo di suolo. Un medico può occuparsi degli eventuali effetti sulla salute. Un amministratore può valutare pianificazione, viabilità e ricadute sul territorio. Un cittadino può chiedere trasparenza e garanzie.
Ma qualcuno deve anche essere in grado di spiegare come funziona tecnicamente l’infrastruttura sulla quale stiamo discutendo. Altrimenti rischiamo di discutere degli effetti di qualcosa che non abbiamo prima adeguatamente compreso.
“La salute non si compensa”: giustissimo. Ma quali sono i rischi?
Nell’articolo viene riportata una posizione molto netta: la tutela della salute pubblica non può essere compensata economicamente. Su questo credo sia difficile non essere d’accordo. Ma proprio per questo bisogna fare un passo ulteriore.

Qual è esattamente il rischio per la salute? Quali emissioni? Quali esposizioni? Quali livelli? Quali evidenze scientifiche? Quali sono gli effetti direttamente attribuibili al funzionamento di un data center e quali, invece, derivano da infrastrutture accessorie come gruppi elettrogeni, traffico, impianti elettrici o sistemi di raffreddamento?
E soprattutto: come vengono misurati e regolamentati? Dire che la salute non può essere comprata è sacrosanto. Ma non possiamo nemmeno trasformare un principio condivisibile nella dimostrazione preventiva che un determinato progetto costituisca un pericolo sanitario. Il rischio deve essere valutato, non presunto.
Anche l’ambiente merita dati, non slogan

Lo stesso ragionamento vale per acqua ed energia. Quanto consumerà realmente il progetto di Magenta? Quale sarà la potenza elettrica impegnata? Quale sarà il consumo annuo? Quale tecnologia di raffreddamento verrà utilizzata? Quanta acqua sarà effettivamente necessaria? Quale sarà il PUE previsto? Quale sarà la provenienza dell’energia? Quale sarà l’impatto delle infrastrutture elettriche necessarie? Quale superficie verrà impermeabilizzata? Quale sarà il contributo occupazionale? Quali saranno le compensazioni? Quale sarà il rapporto tra costo ambientale e beneficio economico e infrastrutturale per il territorio? Queste sono domande assolutamente legittime.

Ma sono domande alle quali servono numeri e documenti, non semplicemente posizioni contrapposte.
Una moratoria può essere una scelta politica. Non può diventare un sostituto della conoscenza.
La richiesta di una moratoria di un anno viene presentata come strumento per consentire una corretta pianificazione e una reale informazione della cittadinanza. È una proposta politica legittima e può essere discussa. Ma una moratoria ha senso se serve effettivamente a studiare, raccogliere dati, confrontare alternative e definire criteri chiari.
Non se diventa semplicemente un modo per rimandare una decisione già presa sul piano ideologico. Se davvero vogliamo utilizzare un anno per “fare chiarezza”, allora utilizziamolo bene. Facciamo intervenire: progettisti di data center, operatori del settore, ingegneri elettrici e impiantisti, esperti di sistemi di raffreddamento, esperti di energia, esperti ambientali, medici ed epidemiologi, quando si parla di salute, urbanisti, amministratori pubblici, cittadini e, naturalmente, anche i comitati contrari o favorevoli al progetto.

Questo sarebbe un vero confronto.
Una considerazione anche per Ticino Notizie
E qui mi rivolgo direttamente anche alla redazione di Ticino Notizie. Una testata locale ha un ruolo importante quando un territorio affronta una trasformazione significativa. Proprio per questo, credo che il giornale possa fare qualcosa di più che raccontare la mobilitazione. Potrebbe diventare il luogo nel quale le diverse posizioni vengono messe realmente a confronto.

Se viene intervistato un rappresentante del comitato, sarebbe interessante intervistare anche chi il settore dei data center lo conosce professionalmente. Se vengono riportate le preoccupazioni ambientali, sarebbe utile pubblicare anche dati e documentazione tecnica del progetto. Se si parla di salute, sarebbe opportuno sentire competenze scientifiche specifiche. Se si parla di consumi energetici, sarebbe interessante avere numeri verificabili.
E se qualcuno sostiene che il progetto sia una speculazione immobiliare, sarebbe corretto chiedere quali elementi documentali portino a questa conclusione. Non per difendere il progetto. Per difendere il diritto dei cittadini a capire.

Non sono né “pro” né “contro” a prescindere
Personalmente non ritengo che la domanda debba essere: “Siete favorevoli o contrari ai data center?” La domanda corretta dovrebbe essere: “Questo specifico progetto è tecnicamente, ambientalmente, urbanisticamente ed economicamente sostenibile per Magenta?” E per rispondere servono informazioni. Tutte.
Anche quelle che potrebbero smentire le nostre convinzioni iniziali. Perché se chiediamo una partecipazione popolare “senza pregiudizi”, dobbiamo essere disposti ad accettare anche informazioni che non confermano la posizione dalla quale siamo partiti.

La vera trasparenza è questa
Sono favorevole a discutere del progetto. Sono favorevole a chiedere garanzie. Sono favorevole a pretendere studi seri sugli impatti. Sono favorevole al coinvolgimento dei cittadini. Sono favorevole a verificare che le infrastrutture necessarie siano compatibili con il territorio. Sono favorevole a qualsiasi approfondimento sulla salute pubblica basato su evidenze scientifiche.

E sono perfino favorevole a una moratoria se serve davvero a costruire un quadro normativo e tecnico serio, anziché a prendere tempo. Ma sono altrettanto contrario a un dibattito nel quale la competenza tecnica sul funzionamento dei data center venga lasciata fuori dalla porta. Perché in quel caso rischiamo di commettere esattamente l’errore che tutti diciamo di voler evitare:
discutere di un argomento che non conosciamo abbastanza, pretendendo però di avere già tutte le risposte. Il territorio ha diritto di scegliere.

Ma per scegliere davvero, ha bisogno prima di conoscere.
E conoscere significa ascoltare anche chi la tecnologia la progetta, la realizza e la gestisce. Non per convincerci che il progetto sia buono. Non per convincerci che sia cattivo. Semplicemente per metterci nelle condizioni di giudicarlo. Questa, a mio avviso, è la vera partecipazione consapevole. E questa dovrebbe essere la vera informazione.

Valerio Luca Trombetta

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